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venerdì 9 dicembre 2016

Favola di Santa Lucia di Giovannino Guareschi

Cesarino si alzò e, prima ancora di lavarsi, prese il lapis blu e cancellò sul calendario un altro giorno. Ne rimanevano ancora tre che poi erano due in quanto il terzo era quello famoso. Mentre si lavava con l’acqua gelata, Cesarino d’improvviso ebbe un pensiero: “E la crusca?” Era una cosa importante, ma risultava anche logico che non ci avesse pensato perché fino all'anno prima, tutto si era svolto laggiù, al paese dove per trovare della crusca, bastava allungare una mano. Gli venne in mente il pane fatto in casa, e il profumo che usciva dal forno. Risentì il cigolio della gramola e pensò a sua madre. Uscì in fretta e passando dalla portineria, si fermò per consegnare la chiave alla portinaia: suo padre era andato via alle quattro perché, in quei giorni, c’era un sacco di lavoro per chi aveva un camion. 

La strada era piena di gente che aveva una premura maledetta e la nebbia di quella fradicia mattina di dicembre era traditrice perché macchine e ciclisti saltavano fuori d’improvviso da ogni parte e bisognava stare attenti. Non poté pensare molto alla faccenda della crusca, ma quando fu a scuola, riprese a pensarci. Aveva dimenticato l’asino e adesso erano guai. Bisognava mettere sul davanzale, vicino alla scarpa, anche il sacchetto pieno di crusca per l’asino che portava le ceste dei regali. A non mettere la crusca, Santa Lucia si sarebbe offesa certamente. 

Cesarino, quando alle dodici e mezzo lo lasciarono libero, corse subito alla panetteria e domandò un po’ di crusca. Ma di crusca non ne avevano. Ed era anche logico perché, in una città come Milano, a cosa potrebbe servire la crusca? Provò da un altro panettiere, poi da un terzo e, alla fine, perdette la speranza. 

Arrivato a casa, trovò la chiave ancora in portineria: suo padre non era ancora arrivato e Cesarino mangiò da solo nella cucina fredda e in disordine. Il padre tornò la sera, ma non salì neppure in casa: lo chiamò dal cortile e assieme andarono alla trattoria dell’angolo. 

La minestra calda diede a Cesarino tanta gioia da fargli dimenticare tutte le sue preoccupazioni ma, quando ebbe finito di mangiare, le preoccupazioni ritornarono a galla. Cesarino aveva una soggezione tremenda di suo padre che era un uomo cupo e di poche parole, quindi fece una fatica matta a entrare in argomento. Alla fine gli disse: «Ci vorrebbe un po’ di crusca». 
Il padre di Cesarino stava parlando con un uomo in tuta che era venuto a bere un bicchiere in compagnia: si volse sbalordito e domandò: 
«Crusca? E cosa te ne fai della crusca?». 
«Ci vuole per l’asino», balbettò il ragazzo. 
L’uomo in tuta si mise a sghignazzare e domandò di che asino si trattasse. 
«L’asino di Santa Lucia», spiegò Cesarino timidamente. 
L’uomo in tuta sghignazzò ancora più forte, ma il padre di Cesarino gli strinse d’occhio poi, rivoltosi al ragazzino, gli disse brusco: 
«Lascia perdere l’asino. Qui Santa Lucia non usa». 
Il ragazzo lo guardò perplesso: 
«Santa Lucia sul calendario c’è!». 
«C’è, ma non usa!» esclamò secco il padre. «Sul calendario c’è anche Sant’llario allora: ma, qui, invece, usa Sant'Ambrogio. Ogni città ha i suoi santi. Qui è il Bambino che porta i regali. Qui usa il Bambino. 
Il ragazzo guardò l’uomo in tuta, e quello gli confermò il fatto. 
«Perbacco, è proprio così! I santi sono delle autorità provinciali e ognuno ha la sua provincia. Qui la faccenda è di competenza del Bambino». 
Cesarino abbassò la testa, poi preoccupatissimo obiettò: 
«Ma il Bambino non mi conosce: è soltanto sei mesi che sono a Milano». 
L’uomo in tuta lo rassicurò: 
«Stai sicuro che il parroco del tuo rione lo ha già informato che siete qui tu e tuo padre! Ad ogni modo, per essere più sicuro, scrivi a De Gasperi così lui glielo dice». 

Altri due o tre che si erano avvicinati si misero a ridere e allora il padre intervenne e disse a Cesarino: 
«Adesso va a casa e mettiti a letto. Lascia la chiave sulla porta». 

Il ragazzino uscì e il padre spiegò la storia a quello della tuta ed agli altri: 
«Sono stupidaggini, ma non posso dirglielo così, in quattro e quattr’otto! È sua madre che gli ha messo in testa queste cretinate e, anche il giorno prima di morire, mi ha raccomandato: “Carlo, lascialo stare, il ragazzo. Lascialo così com’è. Quando sarà ora, capirà da solo. Non mi far dispetto quando sarò morta.”». 
L’uomo allargò le braccia: 
«Ragazzi, se si tratta di far dispetto a un vivo, ci sto anche se c’è da scannarsi: ma non mi va di far dispetto a un morto. È soltanto sei mesi che è morta!». 
Quello dalla tuta scosse il capo: 
«Sentimentalismi idioti, roba da medioevo! Intanto tu, per non far dispetto a un morto, fai dispetto a tuo figlio vivo perché gli lasci la testa piena di stupidaggini». 
«Non ti preoccupare, — ribatté il padre di Cesarino. — Quando vedrà che né santi né Madonna gli portano più niente, si convincerà da solo». 

Cesarino si svegliò presto, quella mattina. Cancellò ancora col lapis blu un altro giorno del calendario, ma aveva la testa piena dei ragionamenti della sera precedente e la cosa, invece di dargli gioia, lo angustiò. Adesso, il tempo passava troppo alla svelta. Riuscì a bloccare suo padre prima che uscisse: 
«Chi è De Gasperi?» domandò. 
«È uno che sta a Roma», borbottò il padre. 
«Pensa piuttosto a fare i tuoi compiti. che sarà meglio!».

Roma doveva essere in capo al mondo e chi sa quanto tempo ci voleva perché una lettera arrivasse. Oramai era troppo tardi. 
E poi a Cesarino interessava Santa Lucia. Bisognava trovare il modo di farlo sapere a Santa Lucia. 
Aveva più d’un’ora davanti a sé, prima della scuola: riuscì a ispezionare quattro chiese, ma in nessuna c’era un’immagine di Santa Lucia. La conosceva benissimo e, se ci fosse stata, anche piccola, l’avrebbe subito vista. 

Uscito da scuola Cesarino abbandonò le sue ricerche. Aveva perso un sacco di tempo e si trovava a mani vuote, senza neppure la crusca per l’asino. Pensò allora che se, invece di crusca, avesse riempito un sacchetto di crostini di pane, la cosa avrebbe funzionato ugualmente. Col pane vecchio trovato in casa, riuscì a combinare poco o niente. Aggiunse mezzo del suo della colazione di mezzogiorno e, siccome il pane era fresco e molliccio, lo tagliò a pezzetti e lo fece abbrustolire sul gas. 
La sera, il padre rincasò tardi: aveva portato un fagottino di roba e mangiarono in cucina, senza parlare. Prima di addormentarsi, Cesarino ci mise parecchio tempo. Comunque il fatto del sacchettino pieno di crostini gli dava una relativa tranquillità. 

Alle sei, quando suo padre se ne fu andato, Cesarino saltò giù dal letto. Ormai non c’era più niente da cancellare sul calendario e gli parve che la notte dovesse arrivare fra pochi minuti anche se si trattava di parecchie ore. Alle sette e mezzo uscì di casa e incominciò a camminare in fretta e camminò fino a quando non si trovò fuori dalla città, al margine di una grande strada piena di autocarri che andavano e venivano. 




Gli era venuta una fame tremenda e non poté resistere: mangiò due o tre crostini dell’asino: 
"Capirà...", pensò. Riprese il cammino e continuò a camminare altre due ore. Poi il cuore gli diede un tuffo perché, fermo a far nafta a un distributore, vide un camion che portava sulla targa due lettere che Cesarino conosceva bene. E il muso del camion era rivolto anche per il verso giusto. Quando il camionista fu risalito e stava per chiudere la portiera, Cesarino si fece avanti. Il camionista lo lasciò salire e, due ore e mezzo dopo lo scaricò al Crocile. Qui bisognava prendere la strada della Bassa, altri trenta chilometri, ma Cesarino doveva arrivare. Prese a camminare ma, fatto un chilometro, dovette mangiare altri due crostini dell’asino. Quando Dio volle, passò un carro trascinato da un trattore e Cesarino saltò su. Il tran-tran del carro gli faceva venire un sonno maledetto; ma Cesarino resistette e non mollò: conosceva la strada, adesso e, al bivio del Pontaccio, saltò giù perché il carro aveva preso la strada di destra mentre a Cesarino serviva la strada di sinistra. A un certo punto, il ragazzino lasciò la strada e prese una carrareccia: il buio incominciava a diventare spesso, ma Cesarino ci sarebbe arrivato a occhi chiusi nel posto dove aveva in mente di andare. E così, si trovò ad un tratto davanti ad una casa buia e silenziosa e, più che vederla, l’indovinò. 
Era la vecchia casa dove, fino a sei mesi prima, Cesarino aveva abitato coi suoi. Suo padre aveva sempre sognato di abbandonare il paese e così, mortagli la donna, aveva caricato un po’ di roba e il ragazzino sul camion, ed era andato a Milano dove aveva già dei parenti che lavoravano nei trasporti. 
E la casa era rimasta lì, deserta e abbandonata. 
Cesarino cavò di tasca la grossa chiave e, dopo aver lavorato un bel pezzo perché la serratura era piena di ruggine, si trovò nell’andito basso e buio. 
Infilò la porta della cucina. Sentì l’odore del camino. Passò la mano sull'asse del camino, trovò un mozzicone di candela e un mazzetto di fiammiferi. 
Quel po’ di luce gli fece sembrare ancora più deserta e abbandonata la vecchia casa ed ebbe paura. Poi pensò a Santa Lucia e gli venne l’idea che di sicuro, da qualche parte ci doveva essere della crusca. 
Se trovava un po’ di crusca, avrebbe potuto mangiare i crostini del sacchetto. Ma la credenza era vuota e, anche negli altri posti, non c’erano che polvere e ragnatele. 
Mangiò ancora un po’ di crostini dell’asino. Poi sentì suonare al campanile una quantità enorme di ore e gli venne l’orgasmo. 




Per l’amor di Dio che Santa Lucia non lo trovasse sveglio! Si tolse la scarpa destra, la ripulì e, aperte le ante della finestra di cucina, la mise sul davanzale, come aveva sempre fatto e vicino depose il sacchetto dei crostini. Poi chiuse le imposte a vetri e salì su nella sua stanza, camminando con una scarpa sì e una no. I vecchi letti tarlati c’erano ancora, ma senza materassi. Nella camera della nonna il letto aveva il pagliericcio e Cesarino si buttò lì sopra. Non avrebbe voluto spegnere la candela, ma l’idea che la luce disturbasse Santa Lucia lo convinse a rimanere al buio. Non fece neppure a tempo ad aver paura perché la stanchezza lo sprofondò a capofitto nel sonno. All'una di notte una motocicletta si fermò nella strada, davanti alla casa solitaria. 
Scese un uomo intabarrato che traversò l’aia e, arrivato davanti alla porta, accese una torcia elettrica. Il cerchio di luce vagò sulla facciata e si fermò sulla finestra con gli antoni spalancati e con la scarpa e il sacchetto sul davanzale. L’uomo intabarrato rimase lì un bel pezzo a guardare quella scarpa. Poi ritornò sulla strada e, messa da parte la motocicletta, si incamminò verso il paese addormentato. Fu quella la notte che a Cibelli rimase impressa come la più strampalata della sua placida vita di bottegaio. Cibelli fu svegliato infatti all'una e mezzo da qualcuno che stava sulla strada e, affacciatosi, riconobbe chi lo chiamava e scese domandandosi che accidente volesse a quell'ora. E quando ebbe saputo quello che voleva esclamò: 
«Carletto, l’aria di Milano ti ha fatto diventare matto?». 
Cesarino si svegliò di soprassalto alle nove del mattino e subito si cavà fuori dal pagliericcio dentro il quale s’era avvoltolato e corse giù in cucina a spalancare la finestra. 
La scarpa era zeppa di fagottini e altri fagottini erano sul davanzale, vicino alla scarpa. 
Cesarino portò tutto sulla tavola e già si apprestava a sciogliere le funicelle dei pacchetti, quando sentì arrivare nell'aia una motocicletta. Poco dopo, compariva sulla porta della cucina suo padre. 
«Tutta la notte che ti cerco!» gridò l’uomo cavandosi fuori dal tabarro. «Da Milano in moto son venuto qui!».
Cesarino lo guardò a bocca aperta. 
«Quando siamo a casa regoliamo i conti», urlò con voce tremenda il padre. «E se fai ancora una cosa così, ti ammazzo!». 

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